Sabato sette Ottobre: va di scena il black con tutta la sua sinfonia granitica e la fascinosa poesia dell’oscuro. Vanno di scena i SATYRICON.
Bologna è una città speciale un po’ per tutti, in particolare per Satyr (cosa esternata più volte) che l’ha scelta come unica data italiana del nuovo tour. Sarà stata per il calore del pubblico?
Siamo a Zona Roveri Music Factory, un circolo Arci confinato nella buia e deserta periferia della città. Capannoni industriali sorgono su un reticolato di strade larghe e dritte, di giorno probabilmente solcate da fiumi di operai in bici e automezzi, ma ora abitate solo da noi, lupi solitari. Si ha di fatti l’impressione di aver sbagliato treno, almeno fino a quando non si iniziano ad udire le prime mitragliate elettriche.
E’ un capannone adibito ad area concerti ma proprio all’ingresso la serata non inizia nel migliore dei modi: questioni legate a campagne di tesseramento 2018 creano una fila lenta e lunga. Ci mettiamo in coda e, tra una bestemmia e l’altra, scorgiamo un foglio appeso vicino alla cassa con cui si avvisa di un repentino anticipo di un’ora dell’inizio dei concerti (a quanto scritto per volere della band). Ad ogni modo, tempo mezz’ora e siamo dentro.


Un’atmosfera buia e infuocata ci avvolge immediatamente, atmosfera fomentata dal trash dei FIGHT THE FIGHT, seconda band nella line up della serata (i primi erano gli SUICIDE ANGELS). Tengono il palco in maniera energica e vigorosa fino all’ultima nota e, seppur siamo entrati agli ultimi due pezzi, dal clamore suscitato dal pubblico realizziamo che è stata una perfomance massiccia.
Torna una calma relativa e mentre sul palco si svelano la scenografia (una gigantografia dell’immagine di copertina di “Deep Calleth Upon Deep”) e la robusta batteria di Frost, con tanto charleston che svettano ai lati come guglie, il pubblico inizia a concentrarsi. E’ un flusso continuo che divora lentamente gli spazi e fa salire l’attesa. Siamo circa in cinquecento, o poco meno. Poi la massiccia mitragliata di “Midnight Serpent” squarcia il silenzio dando inizio ad un live che sa di sacrale. Frost è un fantasma funesto, una presenza implacabile ma invisibile che percuote con diabolica e serrata armonia una batteria affogata nella bruma artificiale. Avanti, come vichinghi di prima linea, la schiera dei chitarristi. Al centro Satyr con la sua inseparabile asta triforcuta. E’ il Satyr di questi anni, col suo stile composto e allo stesso tempo statuario, energico e severo, con un look votato ad un fascinoso nero.


Il concerto è un viaggio a ritroso nella storia musicale dei SATYRICON, un continuo pescare pezzi dagli album della fase moderna, “Our World, It Rumbles Tonight”, “Black Crow on a Tombstone”, per poi arrivare lentamente, a quelli della fase propriamente black. Un viaggio che si trascina dentro di sé un’attesa per quel divino capolavoro che è “Nemesis Divina”. Un’attesa che si esaurisce con degli arpeggi di chitarra elettrica dello stesso Satyr, densi di un’atmosfera assorta che sfociano nello strumentale “Transcendental Requiem Of Slaves”.
Segue uno stacco. Un solo stacco di uno o due secondi, poi la tempesta, in tutta la sua sontuosa sacralità si abbatte sul pubblico. L’intero Zona Roveri è ora in estasi. Si sa, gli inni, quelli che intere generazioni si portano nel sangue, o sulla pelle come un invisibile ma allo stesso tempo tangibile tatuaggio, si riconoscono dalle prime note. E’ un’epilessia generale, un idilliaco sprofondare nelle tenebre che mai, e ripetiamo mai, come in questo pezzo risuonano come casa propria. “Mother North” non è solo un classico, ma un vero e propria rito solenne scolpito nella mente di tutti noi e chi c’era il 7 settembre a Zona Roveri ha potuto comprendere il perché.
Il ritorno all’ultimo album, nella sessione relativa alla acclamatissima risalita sul palco, è affidato alla stupenda “Ghost of Rome”, pezzo che tradisce per l’ennesima volta il debole di Satyr per l’Italia, debole ostentato con un discorso introduttivo sull’antichità. Segue “K.i.n.g.” di “Now, Diabolical”. E’ uno degli ultimi pezzi, prima che l’intera band salga alla ribalta per godere degli abbracci e dei clamori enfatizzanti del pubblico. Anche lo stesso Frost, per quanto possa sentirsi nel suo habitat, esce dalle nebbie in cui risiede il suo altare battente. Ora è qui, a torso nudo, che come un gentile licantropo gioisce e gode di quel fraterna dichiarazione d’amore del pubblico.

 

 

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