Recensione a cura di Gianpaolo Roselli 

I METALLICA sono una band a cui si vuol bene sempre e comunque ed è inutile spiegarvi il motivo se state leggendo questa recensione. Di conseguenza un nuovo album va salutato sempre bene: è indice di vitalità, di un percorso che in qualche modo continua e di una nuova tournée. Detto questo “HARDWIRED… TO SELF DESTRUCT” è nella prima parte un buon album, uno di quelli che si fanno ascoltare e apprezzare. Ottima produzione, pezzi semplici ma diretti, granitici e orecchiabili allo stesso momento. A caratterizzarlo è un sound forse un po’ estraneo ai METALLICA, un po’ mutuato da tendenze puramente heavy metal, ma comunque forte ed incisivo.

 

Il solito Lars Ulrich, sempre in forma, apre con una mitragliata introducendoci subito in un puro concentrato alla METALLICA. E’ “Hardwired”, un pezzo senza sorprese ma che ci fa dire: ‘ecco dove li avevamo lasciati, cazzo!’. Nel secondo pezzo “Atlas, Rise!” scorgiamo tracce di un’influenza (consapevole e no?) heavy metal, con scale nei ritornelli che ricordano i Maiden. Il risultato non è affatto male dato che batteria e chitarre, insieme al ruggente Hetfield, continuano qui a rappresentare l’emblema della band, tenendo così viva la personalità del suo sound. Tendenza ancora più marcata in “Now That we’re dead” che già dall’inizio, produzione a parte, le suona come nella migliore tradizione NWOBHM.

 

A spezzare però questa trama orientata verso il classico subentra prima “Moth into flame” che ormai la conosciamo bene: un pezzo corazzato, non molto dinamico ma graniticamente diretto. Più o meno sulle stessa riga, seppur più di stampo Reload, prosegue “Dream no more”, in cui riecheggia “Devil’s Dance”.

 

Fin qui abbiamo qualcosa forte che sa riallacciarsi alla tradizione della band con un tentativo di contaminarla ispirandosi forse a quei gruppi che in qualche modo, a suo tempo, li hanno forgiati. Del resto questo è un periodo in cui l’old school sta in qualche modo ritornando attraverso un rinnovato successo dei gruppi più storici e il comparire di gruppi che seppur in chiave moderna ne portano avanti la lezione. Quindi nulla di strano. Ma il punto è che i METALLICA sono i METALLICA (scusateci l’elementarità dell’affermazione), sono di per sé una scuola di musica per intere generazioni e, proprio per questo, è probabile che loro per primi abbiano voluto superare questa impostazione inserendo un secondo cd.

 

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Il secondo parte con l’avvenente marcia di “Confusion” che fa presagire l’inferno ma che si risolve presto in un pezzo hard rock, sicuramente piacevole e dagli accattivanti giri di chitarra, ma non all’altezza delle aspettative iniziali. La percuotente e muscolare “ManUNkind”, al di là di quelle che possono essere le pretese, si rivela un pezzo statico che stanca dopo solo due minuti. Vien da pensare allora che Hetfield e company si siano stancati dato che, procedendo con l’ascolto, anche questo vigore tende a svanire, facendo impantanare l’album in pezzi severi ma di fatto troppo semplici da non decollare mai.

I riff si ripetono come in un tentativo di impressionare l’ascoltatore senza però qualcosa che faccia scattare una scintilla e che conferisca al pezzo un vero slancio. Per sentire qualcosa di diverso dobbiamo aspettare il colpo di coda finale, “Spit Out the Bone”. Qui innescano finalmente la marcia per una cavalcata speed che però, a parte la crescente velocità, non aggiunge altro all’album.

 

Al di là di tutto, va detto che la capacità di questa band sta sempre nel marchiare a fuoco ogni pezzo, anche quello meno soddisfacente. E anche laddove sembrano quasi voler fare della filologia musicale, o omaggiare un gruppo o una corrente, alla fine non scompaiono mai. La loro tempra è e sarà sempre dura e netta. Un grido secco che squarcia di netto il silenzio per propagarsi come un’inesauribile onda anomala, sfidando così l’infinito. E’ per questo che quando sfornano un nuovo album, è e sarà una cosa buona e giusta!

 

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Recensione a cura di Andrea Lerose

 

Sono passati ben 8 anni dall’ultimo album in studio dei METALLICA, “Death Magnetic”, album che sancì il ritorno della band non solo al logo originale (abbandonato negli anni ’90 fino a “St.Anger”), ma anche a quello spirito goliardico e a quel sound che un po’ mancava alla band oramai da molti, molti anni.

 

Era il 2008.

 

Nel 2016 tornano i Nostri con “Hardwired…To Self Destruct”, un doppio album, il decimo in studio della loro carriera, che come sempre dividerà o unirà molti fan. Innanzitutto una serie di importanti premesse. Il disco è stato curato prevalentemente dalle “anime forti” del quartetto, James Hetfield e Lars Ulrich, che ne hanno curato la maggior parte della composizione e la produzione-mixaggio in studio. Robert e Kirk sono stati un po’ a guardare (soprattutto Kirk, che dopo aver perso il cellulare con molti riff registrati si è sentito un po’ escluso dall’intero processo di composizione). Un disco che quindi rispecchia molto le due personalità dei due fondatori originali della band.

 

Partiamo subito col dire che non è un brutto disco, anzi. I suoni sono stati decisamente più curati (e quindi meno compressi) rispetto a “Death Magnetic”: vibrazioni potenti, basso molto presente e rotondità ruggente raggiunta alla perfezione. La resa complessiva riprende molto le sonorità del cosiddetto “Black Album”, disco omonimo della band uscito nel 1991 che li ha consacrati a livello globale, imponendo quel groove pesante e duro come un macigno ma adattandosi molto a quelle che sono le produzioni più moderne. Il risultato? Un heavy-thrash (più il primo a dire la verità) molto valido.

 

Ma arriviamo ai brani. I primi tre singoli, “Hardwired”, “Moth Into Flame” e “Atlas,Rise!” li conosciamo già, ed abbiamo avuto modo di apprezzarli nelle precedenti settimane. Dopo la combo iniziale di “Hardwired” e “Atlas”, “Now That We’re Dead” chiarisce subito le idee in merito all’album nella sua forma finale: riff pesanti, tappetone di basso onnipresente e James al top della sua forma fisico-vocale. Dopo “Moth Into Flame” è la volta di “Dream No More”, brano in cui la struttura heavy-quasi-stoner è predominante, mentre in “Halo On Fire” gli animi un po’ si calmano nella prima parte, con strofa e ritornello che aumentano di intensità man mano, regalando in conclusione uno dei brani più azzeccati dell’intero doppio album.

Il secondo disco comincia con “Confusion”, brano che pare essere una naturale conseguenza del precedente “Halo”, mentre con “ManUNkind”, scritto assieme a Trujillo, abbiamo una bella sorpresa: dopo un inizio che riprende molto gli ultimi IRON MAIDEN, ci troviamo davanti ad un brano di marcato stampo di fabbrica BLACK SABBATH! Molto bello e particolarmente potente il ritornello, e con un Lars Ulrich decisamente ispirato (contrariamente a quanto si può ascoltare in alcuni punti del disco). Il brano forse più stiracchiato del disco è il seguente, “Here Comes Revenge”, che nulla aggiunge a quanto detto finora. “Am I Savage?” interseca groove e chitarre più che mai, e complice anche il videoclip ufficiale molto malinconico e triste, anche questo brano risulta essere uno dei più potenti e “pesanti” del lavoro. “Murder One” è – come già precedentemente annunciato – un tributo a Lemmy Kilmister dei MOTORHEAD, punto di riferimento del gruppo scomparso oramai un anno fa, mentre la selvaggia “Spit Out The Bone”, thrash allo stato puro, chiude il cerchio alla “solita maniera” dei Metallica: pezzo violento all’inizio e alla fine, come tradizione vuole.

 

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Detto ciò traiamo alcune conclusioni. La band è, come da qualche anno a questa parte, in ottima forma.

Certo è vero che probabilmente la lunghezza di alcuni brani non aiuta, che i pezzi andavano disposti in maniera diversa, forse, per agevolare l’ascoltatore. Ma qui si parla dei Metallica, gente: ci sarà sempre la corrente “contraria” in contrapposizione di quella “a favore”. Ci saranno sempre i detrattori, quelli che i ‘Tallica sono finiti con “…And Justice For All”, quelli che “Lars cambia mestiere”, quelli che “basta con la solita roba”. Poi ci sono i fan. Chi vi scrive è un fan sfegatato, che cerca di contestualizzare sempre e – ove possibile – apprezzare il lavoro parallelamente al background di riferimento.

 

E’ innegabile che nel panorama metal mondiale, le band più longeve che riescono ancora nell’intento di proporre un thrash puro e crudo sono ben poche, TESTAMENT (che con “Brotherhood Of The Snake” hanno probabilmente realizzato il disco dell’anno) ed EXODUS solo per citarne due: i Metallica si sono spostati più verso un filone heavy-thrash, probabilmente, interessandosi più che altro al groove e alla potenza piuttosto che al “riffing violento” vero e proprio. Ma guardiamoci intorno: dopo anni di dissidi interni (vi ricordate i tempi del primo docufilm, “Some Kind Of Monster” del 2004?), anni di eccessi, di cadute e di rinascite, il gruppo forse è arrivato alla tanto agognata pace. Interna ed esterna.

Quello che viene proposto rispecchia a pieno una band che ha venduto milioni di copie in giro per il Globo, che è stata (ed è) punto di riferimento per generazioni di metallari e rockers.

 

Insomma, i Metallica sono i Metallica (come ha detto il mio collega Gianpaolo). O li ami, o li odi: noi li amiamo.

 

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