Questa storia inizia nella seconda metà degli anni Settanta, nell’East End di Londra, periferia sociale della città. Sono gli anni della Tatcher, gli anni dell’austerity inglese, gli anni in cui il malessere sociale trova la sua massima espressione nel movimento punk. Tra le migliaia di dischi che escono in questo periodo, produzioni fomentate dall’underground e dal “Do it yourself”, vi è uno che presenta in copertina un mostro, scarno come uno zombi e dall’aria cattiva, che ha appena ucciso il primo ministro inglese Thatcher. Un’immagine forte che non mancò di suscitare l’ira dei tabloid e dei politici più conservatori al punto da essere censurata. Il singolo era “Sanctuary” ed era l’estratto di un album che portava lo stessa nome della band: IRON MAIDEN. La violenza sonora del punk, l’irriverente vigore del cantato, le virtuose scale mutuate dall’hard rock dei primi anni Settanta, ora velocizzate, la struttura atipica dei brani: sono questi gli ingredienti principali che fanno del primo omonimo album della band di Steve Harris un evento rivoluzionario nella storia del rock. Ma andiamo con calma.

 

Il punk era dunque il principale canale in cui urlare il proprio disagio e la propria rabbia, nonché la forma più artisticamente rappresentativa delle battaglie sociali e urbane di quel periodo. Tante le band che si formarono e si sciolsero, come tanti furono gli album incisi e al di là del malessere sociale il motivo di un tale fermento risiedeva nella possibilità di auto prodursi. Bastava cercare uno studio di registrazione più o meno attrezzato (cosa che nella Londra di quel periodo non mancava), un po’ di soldi e il nome per una propria etichetta musicale. Una produzione massiccia che ebbe come conseguenza quella di creare una sorta di circolo vizioso favorevole al punk: i dischi passavano di mano in mano, i locali organizzavano concerti e gli spazi, nonché le orecchie, per nuove band e nuovi album crescevano in maniera esponenziale. Ecco, il problema della band di Steve Harris era proprio quest’ultimo passaggio: i locali. Il punk, nel suo implacabile impeto di protesta, aveva rigettato tutto ciò che in qualche maniera era diventato un punto di riferimento per la vecchia società, persino l’hard rock. In quella Londra, di fatti, non c’era molto spazio per un Dave Murray che suonava Jimmy Handrix o proprio per un Steve Harris che seguiva la scia di band (che oggi per comodità definiamo protometal) come gli UFO. Trovare un locale dove suonare era cosa dura e per quanto potessero essere forti, non erano propriamente punk e questo rendeva tutto più difficile (la stessa uccisione della Tatcher non fu affatto un atto politico, ma semplicemente un gioco divertente alla distruzione diun mito che si era venuto a creare: quello della lady di ferro). Così, quando Harris e Company decisero di incidere il proprio demo,”THE SOUNDHOUSE TAPES”, con i risparmi dei lavori che svolgevano durante il giorno, fu una vera e propria scommessa.

 

 

Il primo album è la naturale evoluzione di quel primo demo e di fatti conserva l’energia di chi combatte quotidianamente e, ancora di più, di chi urla, strepita e batte. Proprio per questo motivo, pur non essendo un gruppo punk, gli IRON MAIDEN non potevano che assorbirne parte del suo spirito sporco, sotterraneo e cattivo. A proposito di “Chiarlot The Harlot”, il brano che più si riallaccia alle tendenze di quel periodo, Di Anno ne raccontò l’ispirazione: “Il suo vero nome è High Hill Lil e praticamente è una vecchia prostituta […] in verità era qualcosa di più di una sgualdrina… Voglio dire che se ti presentavi a casa sua con una bottiglia o dell’anfetamina avevi più o meno una seduta garantita. A Walthamstow era una leggenda, la conoscevano tutti. Aveva circa 45 anni, ma era una mignotta forte come una roccia. Accettava chiunque dai 15 anni in su! La canzone dice che abitava in Acacia Avenue (nome di strada molto comune nelle periferie delle città britanniche, ndr), ma realmente è Markhouse Road, appena prima di entrare nella Leyton, perché la zona dove vivevo era quella”.

 

Ma al di là delle sue inevitabili influenze, che ne determinarono violenza e velocità, il primo album fu la diabolica resurrezione del rock più virtuoso ed esoterico della prima metà degli anni Settanta, ma ora ancora più agguerrito. Ascoltate il ringhiante riff iniziale di “Prowler”, il limpido e cattivo giro di chitarre che lo elettrizza. Ascoltatelo bene, quante volte volete: quel riff è la voce dell’inaspettato, è un folgorante gemito di qualcosa che, appena dietro l’angolo, si rivela in tutta la sua potenza. E’ un brano fatto di tagli netti che, uno dopo l’altro, come per un’oscura alchimia, riescono fottutamente armoniosi e slanciati. In alter parole “Prowler” è un accoltellamento continuo che riesce come una danza incantata ed estasiante.
IRON MAIDEN” può essere considerato a pieno titolo come l’inizio di un qualcosa di nuovo. Potremmo spulciare l’intera produzione rock di quel periodo senza trovare nulla di minimamente simile. Al di là di pezzi come “Running Free”, che nel suo ritmo battente e danzante reinterpreta lo spirito ribelle e selvaggio degli anni Settanta, di “Remember Tomorrow” e “Strange World”, ballate dense di un’atmosfera malinconica e sublimate da sonorità magiche o dannate, l’album ospita tracce che brillano di un’energia propria. Visto da questo punto di vista “Phantom of the Opera” è forse il capolavoro supremo di tutto l’album. E’ un vorticoso labirinto di scale in cui tutto si incastra alla velocità della luce, senza lasciandoci il tempo di respirare, senza permetterci di intravedere una via d’uscita. A sentirla è come una trappola che da subito impariamo ad amare: una segregazione che ci porta ad un orgasmo sonoro. E più tutto si intreccia, più le scale si attorcigliano come in un incubo in cui tutto si distorce e deforma, più ci piace. “Phantom of the Opera” è il momento preciso, è la fase storica, è il punto di non ritorno, in cui il rock si trasforma in metal.
Ed è proprio grazie a questo pezzo che, quando ci ritroviamo a sentire la strumentale “Transylvania”, siamo eccitati, come nell’esplorare una terra nuova. Sicuramente oscura, popolata da presenze tutt’altro che rassicuranti, ma di certo interessanti. Cazzo, se tutto ciò non è interessante! In “Transylvania” la metamorfosi è compiuta, il vaso di pandora è stato schiuso, e noi avanziamo spediti. E’ tutto fottutamente bello.
Il mondo che hanno appena rivelato è in realtà una camera piena di giochi, si, forse pericolosi e addirittura sanguinosi, ma fortemente invitanti. Se c’è una citazione che può rappresentare al meglio lo spirito e l’atmosfera di questo capolavoro è quanto Paul Morley, giornalista ed esperto di rock, avrebbe detto due anni dopo in riferimento all’heavy metal: “E’ un luogo dove sognare avventure: correre liberi tra le colline, tenere ragazze sulle ginocchia, azzuffarsi con Satana, dar da battaglia ai criminali e nuotare attraverso lo spazio… i mostri, i carri armati, gli stupratori, i maniaci, gli assassini e gli strangolatori popolano il suo mondo, ma non è mai per davvero, sono tutti inoffensivi: l’HM è una terra estremamente morbida, i mostri e i maniaci sono orsacchiotti e bambole”. Leggete questa citazione due o tre volte. Poi chiudete gli occhi e ascoltate l’ultimo pezzo dell’album…

 

VOTO: 10

RSVP: SAXON, JUDAS PRIEST, DEF LEPPARD

 

Tracklist:

Prowler

Sanctuary

Remember Tomorrow

Running Free

Phanton of the Opera

Transylvania

Strange World

Charlot the Harlot

Iron Maiden

Rating: 10.0. From 1 vote. Show votes.
Please wait...