BASILICATA METAL FEST: IMPLODEAD + CANCRENA + ECNEPHIAS + CADAVERIA + GOBLIN DI CLAUDIO SIMONETTI + ULI JON ROTH (Live Report)

Matera è una città scavata nella roccia.
La sofisticata armonia che monta tra le severe forme dei sassi fanno immaginare che millenni fa gli uomini, qui, non scavarono solo per ricavare degli spazi, bensì per liberare delle antiche e primordiali energie, per dirla con i CADAVERIA, energia tutt’oggi viva e percepibile. Non è quindi un caso che il BASILICATA METAL FEST si sia tenuto, per la terza edizione, tra le sue monumentali rocce. Precisamente nell’affascinante Cava del Sole.
Le pareti rocciose si impongono ai lati rigate, come se ogni strato fosse stato posto all’alba dei tempi uno sull’altro. Su un lato alcuni cunicoli si insinuano fino a perdersi nelle profondità della Terra, sull’altro un manto di erba selvaggia cala dall’alto come a coprire la pietra. Sulla sommità campeggiano i resti di insediamenti umani come il bordo di una porta che oggi, come uno stargate in roccia, dà sul cielo. Ai piedi della parete ovest della cava, laddove due gigantesche fessure tagliano di netto la roccia, sorge il palco, moderno altare da cui celebrare un antico e rinnovato rito corale.


E’ un pomeriggio caldo quello dell’ultimo sabato di Luglio, giornalisti e maniaci del meteo parlano dell’arrivo di Lucifero, ma una leggera brezza tuttavia riesce a scongiurare l’afa. I primi a salire sul palco sono gli IMPLODEAD con il loro death metal granitico, a seguire i CANCRENA, ormai molto conosciuti in zona per il loro southern trash metal. Il sole, tenace e implacabile, infuoca il palco. Di questo ne si ha un’idea quando si scorgono i volti irradiati e grondanti di sudore dei membri. Il loro è il turno di chi deve aprire le danze, di chi deve iniziare questo moderno sabba, di chi deve spianare la strada. Si può amare o meno la loro musica, ma sul palco si battono come leoni e questo basta già a capire che qui, oggi, non si scherza.
Continuano a giungere spettatori in piccoli gruppi, vari esponenti di intere generazioni che, pur ritrovandosi qui per band diverse, sono destinati a diventare ancora una volta fratelli. Ad accoglierli ora ci sono i pugliesi TALES OF DELIRIA che, musicalmente acrobatici, temerari e irrefrenabili sul palco, intonano con veemenza la loro ispirazione all’insegna del death svedese.
Il sole è calato al di là delle pareti rocciose e della sua luce è rimasto un timido riflesso che tinge il cielo di sfumature di blu, prossime ormai all’oscurità. Le pareti della cava splendono ora sotto la luce dei fari, colorandosi di un giallo brillante e mostrandosi così nel loro fascino più solenne e antico. Ci si scopre al centro di uno spettacolo visivo che lascia senza parole. La notte dunque, con i suoi misteri e la sua poetica, è ormai vicina: è quindi giunto il momento di un sound notturno e mediterraneo, di pezzi che oscillano come per incanto tra melodie dark, ballate malinconiche e riff perentori e granitici: gli ECHNEPHIAS, freschi di nuovo album. Un po’ forse sulla scia dei portoghesi MOONSPELL la loro perfomance solleva un’atmosfera da cui non ci si stacca, una culla fatta di piacevoli incubi.
Sono calate le tenebre e noi tutti siamo in un’oasi di luce nella notte, una cattedrale ricavata nella roccia che ha come volta le stelle del firmamento. Tutto è pronto, gli spettatori, anche coloro che fino a poco fa sono rimasti in qualche angolo dell’enorme cava, prendono a concentrarsi tra il palco e la consolle di regia. I CADAVERIA, risorti dalle ceneri dei mitici OPERA IX, irrompono sul palco con la veemenza di chi si appresta a decantare un fascino occulto e la sicurezza di chi ha decenni di esperienza. Sono subito protagonisti e nemmeno il problema tecnico al microfono, sul primo pezzo, riesce a placare la furia di Raffaella Rivarolo, frontwoman e sacerdotessa della scena metal italiana. La gentilezza e la raffinatezza dei suoi modi, con la sua voce che pendola tra lo scream e un cantato caldo e perentorio, è un connubio che sul palco riesce come un sodalizio pagano. E’ una ninfa oscura che vola tra le note di sound serrato e corposo, di pezzi granitici e melodici allo stesso tempo, sintesi tra l’heavy più maledetto e la tradizione più moderna del black.


I CADAVERIA hanno come il merito di aprire la porta, la botola o la tomba che non si dovrebbe mai aprire, come nel più classico film horror degli anni Ottanta. E’ subito dopo di loro che sul palco sale colui, ci verrebbe da dire, con cui tutto è iniziato. Simonetti, al di là di ogni gioco di parole, si presenta con la discrezione di un maestro e con un sorriso appena accennato ma sincero. Si sente subito a suo agio, l’agio di chi è stato eletto sovrano della scena metal, trono a cui è arrivato da strade totalmente diverse. Ora è lì, in una postazione che sembra uscita da un film di viaggi interstellari degli anni Settanta, avvolto da tastiere e sintetizzatori. Ad accompagnarlo il tecnicissimo batterista Titta Tani e il poliedrico chitarrista Bruno Previtali (entrambi ex DAEMONIA). Basta ascoltare il pezzo di apertura “Mater Lacrimarus”, da La Terza Madre, per comprendere subito l’impronta heavy con cui questi classici sono stati riscritti. La voce di Dani Filth risuona come un perfetto filo conduttore con quanto finora si è visto sul palco. Seguono alla stessa maniera, seppur talvolta con divagazioni in stile jazz, altri grandi classici, mentre sulla pietra alle loro spalle si susseguono manifesti e scene dei relativi film: Suspiria, Demoni, due tracce di Dawn of the Dead (con omaggio a Romero) e, a concludere, l’immancabile Profondo Rosso. Una scaletta da brivido, da ogni punto di vista, arricchita da pezzi fusion slegati dal cinema e di più recente composizione. Con la calma e la diligenza di un maestro ringrazia, si scambia sguardo d’intesa con i suoi e riparte con il nuovo pezzo. Simonetti è uno a cui piace dare soddisfazioni.


Lo staff smonta e monta rivoluzionando quasi del tutto il palco, gli spettatori, ora ad occhio circa cinquecento, si rilassano sul manto verde, curiosano tra gli stand o si rifocillano al bar. I membri della band si dispongono sul palco in perfetto silenzio e con la disciplina di chi sa benissimo la posizione che deve occupare. In buona parte si tratta di ragazzi sulla trentina. Lui giunge per ultimo, con la stessa discrezione, ma alle prime note ha un effetto catalizzatore fin qui mai visto: tutti gli spettatori, come un’onda anomala, si riversano immediatamente ai piedi del palco. Si intuisce che la maggior parte dei presenti sono per lui. E lui risalta subito all’occhio come un quadro surreale in acquerello fattosi uomo: la celebre bandana che nel corso degli anni ha fatto del suo volto un’icona, i capelli bianchi che anarchici si liberano appena sotto la bandana, la penna d’uccello colorata appesa all’estremità della chitarra, l’aria da dandy del rock, i modi gentili e armonici, la mano destra che si leva spesso dalle corde come per accarezzare lievemente le note che si dileguano libere nell’aria. E’ un figlio degli anni Settanta, anzi, per dirla tutta è la personificazione degli anni Settanta più ringhianti e oggi ancora raminghi.
Fresco di pubblicazione del suo nuovo live, “Tokyo Tapes Revisited”, una riproposizione dello storico live dei suoi Scorpions, ULI JON ROTH suona alcuni di quei pezzi: “All Night Long”, “In Trance”, “Fly to the Rainbow” e tanti altri per un’ora piena, accompagnato da una band virtuosa e dall’ariosa voce di Piero Leporale. A concludere una cover di un pezzo con cui, per certi versi, gli Anni Settanta sono iniziati: “All Along the Watchtower” di JIMMY HANDROX (dallo stesso ROTH cantata).


Un’organizzazione perfetta, al di là di qualche piccolo problema tecnico, una location unica e incantevole che da sola rappresenta un grande spettacolo per gli occhi, un festival di alto livello che a nostro dire meritava una partecipazione ben più ampia (anche se, al di là della vastità del luogo, è stata comunque considerevole). Ci viene da pensare che fra i tanti motivi che possono aver ostacolato una partecipazione più massiccia, ci potrebbe essere un problema cronico di questa zona, dato dalla difficoltà negli spostamenti. Raggiungere Matera, e precisamente la splendida location del festival, è cosa ardua se si è sprovvisti di un mezzo proprio. E le stesse strade non sono sempre di comoda fruizione, trattandosi in buona parte di provinciali simili a vie di campagna. Ovviamente non è una questione che riguarda solo Matera: la stragrande maggioranza dei luoghi dediti ai concerti, in tutta la zona, sono fuorimano e le stesse città sono servite da mezzi pubblici fino ad una certa ora, lasciando le persone non automunite al loro destino alla fine di qualsiasi evento. Questo rappresenta un forte limite per ogni partecipazione, un limite a cui Matera, eletta a capitale della cultura per il 2019, insieme a tutte le altre istituzioni dovrà porre rimedio.
Ad ogni modo: lo scorso sabato 29 luglio chi c’era ha goduto per la storicità dei nomi, per la veemenza delle perfomance e per il fascino della Cava del Sole. Chi non c’era, è condannato a mordersi l’indice e il mignolo per almeno un anno.

 

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