MATTEO BRIGO – 88 miglia orarie, baby!

Dopo l’uscita dello spettacolare “It Works!”, abbiamo fatto quattro chiacchiere con lo scienziato pazzo, MATTEO BRIGO. Ecco cosa ci ha detto…

 

 

1)      Ciao Matteo! Parliamo subito di “It Works!”, il tuo debut album da solista: com’è nata l’idea di volerti spingere “da solo” verso un album completamente strumentale?

 

Ciao a tutti e un grazie gigantesco per lo spazio! Beh… l’idea l’ho sempre coltivata in gran segreto dentro di me. Ho sempre ascoltato e composto musica strumentale parallelamente ai diversi progetti che potevo avere con altre band. Il problema era trovare da un lato il tempo necessario per realizzare un progetto del genere, dall’altro lato, forse per motivi più sottili e introspettivi, trovare il coraggio e la forza interiore di decidermi una volta per tutte a mettermi in gioco in prima linea. A un certo punto qualcosa dentro di me è esploso e mi son detto “ora o mai più”. Trovata questa energia scatenante mi sono ripromesso di fare un lavoro che fosse il migliore possibile per le mie capacità e che potesse rispecchiare pienamente tutte le sfaccettature che avrei sempre voluto ascoltare in un disco shred. Ho curato ogni aspetto del disco in maniera super critica e precisa, dai musicisti, alla produzione, dall’artwork ai video di lancio. Volevo che tutto avesse una coerenza e una personalità ben definita. Ovviamente mi sono dovuto scontrare con alcuni limiti (miei soprattutto) ma sono davvero contento di come è uscito. 

2)      Si nota fin da subito una tua passione per gli anni ’80, tutto ciò che è definibile come “nerd” ed i film: cosa ti ha ispirato di più nello scegliere il concept del disco?

 

Ho sempre amato a livello maniacale le avventure grafiche della Lucasarts. Una in particolare, Monkey Island (i primi tre capitoli), un videogioco che ha profondamente influenzato il mio modo di intendere la vita e, di riflesso, la musica. So che sembra esagerato ma è vero. Ho sempre voluto portare nel mondo e nella musica quello spirito di avventura e comicità di quei giochi. La scintilla è scoppiata ri-giocando (per la milionesima volta) a “Day of the Tenctacle”, un gioco realizzato dallo stesso team dei primi due Monkey Island e che ne condivide la vena ironica e surreale anche se l’ambientazione è diversa, c’è lo scienziato pazzo, il nerd, il metallaro, secchiate di colori sgargianti, una storia folle ed esilarante… tutta una serie di elementi che sono parte integrante del mio universo personale. In un attimo ho buttato giù una bozza di storia con il protagonista/scienziato pazzo, il mostro di Frankenstein/chitarra, l’assistente come una carota antropomorfa e tutto il contesto di viaggio nel tempo. Tanti elementi di questa storia si sono incastrati alla perfezione mixando l’idea di partenza con influenze prese da film che hanno segnato la mia infanzia come “Ritorno al Futuro” (altra mia ossessione), “Frankenstein Junior”, “Tesoro, mi si son ristretti i ragazzi” arrivando in secondo luogo a fare un pò di lavoro di ricerca e riscoprendo perle dal passato come “Weird Science”. 

3)      Quant’è durato il percorso dell’intero album, quanta energia e lavoro sono stati richiesti per la realizzazione completa?

 

Direi più o meno un anno di lavoro. Circa un terzo dei brani del disco erano delle composizioni nate per altri contesti che poi non sono più stati realizzati. E’ bastato prenderli, rispolverarli e riadattarli al tipo di visione che avevo. Il resto è stato costruito giorno per giorno. Le difficoltà ci sono state ma una volta organizzato il piano di battaglia direi che tutto è filato abbastanza liscio. La registrazione ha occupato qualche mese, non ricordo con esattezza, penso 3-4 mesi dal primo take di batteria ad avere in mano il master finale. Il fatto è che non è stato registrato tutto in blocco ma in periodi differenti quindi sto facendo un pò di confusione per calcolare il tutto. Fortunatamente mi sono circondato di professionisti molto organizzati e preparati che hanno puntualmente svolto il loro lavoro senza intralciare il flusso produttivo.

4)      Nel tuo disco si possono riconoscere alcuni richiami a grandi chitarristi come Joe Satriani e Steve Vai: quali grandi artisti hanno influenzato il tuo stile, e perché?

 

Facciamo un viaggio nel tempo. Metà anni 90, prima lezione di chitarra. Appesi alle pareti della minuscola aula ci sono un sacco di poster. La mia attenzione è catturata dalla foto di un ragazzo dai lunghi riccioli e dalla chitarra bellissima, sotto c’è scritto il nome, Joe Satriani. Qualche mese dopo vedo un suo disco in offerta in un negozio di dischi e, incuriosito, decido di comprarlo, è “Flying in a Blue Dream”. Mi è piaciuto moltissimo lo stile, soprattutto nei pezzi più scatenati. Sono strumentali ma non si sente la mancanza della voce, riescono a tenere viva l’attenzione e a trascinare lo stesso. Eccezionale! Probabilmente è stato ascoltando quel disco ho potuto comprendere appieno cosa una chitarra può trasmettere anche se si è trattato del primo, piccolo passo. Qualche anno dopo sono stato assorbito ancora di più dal suo amico, Steve Vai, soprattutto dall’espressività e dall’ironia presente nella sua musica. In gioventù sono stato ossessionato dai vari Paul Gilbert, Malmsteen, Marty Friedman, Jason Becker, Nuno Bettencourt… ho costruito il mio stile con i loro lick e ispirandomi ai loro soli, poi in tempi più recenti ho scoperto Van Halen, Vinnie Moore, Reb Beach… per “It Works!” mi sono ascoltato decine di dischi shred, soprattutto anni ’80 e ’90 per ispirarmi. Per quanto provi ad approfondire altri periodi alla fine ricasco sempre in quegli anni… non so come mai… oltre ai dischi chitarristici ho preso spunto da alcune colonne sonore, molta ispirazione è data proprio da quelle delle storie che hanno influenzato il concept, “Day of the Tenctacle” e “Ritorno al Futuro”… per finire metterei anche il Frank Zappa anni ’80. “You Are What You Is” l’ho ascoltato migliaia di volte! 

 

5)      Ti sei divertito in studio di registrazione?

 

Quando ho deciso di realizzare questo progetto mi sono imposto la condizione “devo registrarlo da Alex De Rosso”. Avevo già lavorato in studio con lui e sapevo che sarebbe stato la scelta vincente per un tipo di disco come “It Works!”. E’ un chitarrista eccezionale e una grande influenza sia per quanto riguarda l’aspetto musicale che per quello più professional-lavorativo. Ha sostituito George Lynch e Reb Beach nei Dokken quindi ha vissuto in prima persona il tipo di mondo che volevo riproporre nel disco e ha tutte le conoscenze e l’esperienza necessaria a registrare un disco come quello che avevo in testa. Era la persona perfetta! Il Galactus dell’hard rock in Italia! Lavorare con lui è stato davvero un piacere! In studio mi ha aiutato tantissimo e penso di aver imparato più cose sulla chitarra e sulla musica in generale nei mesi in cui ho registrato con lui che non in anni di studio solitario sullo strumento. Di sicuro parte della buona riuscita del disco è per merito dei suoi consigli e della sua bravura al banco del mixer. Nonostante le risate e i momenti di divertimento (che non sono mai mancati) direi più che si è lavorato con “seria” dedizione alla causa.

6)      A poco più di un anno di distanza dall’uscita di “It Works!”, come ha reagito il pubblico, l’album è piaciuto?

 

E’ difficile rispondere alla domanda anche se basandomi sui feedback ricevuti sembra sia piaciuto. Il mio obiettivo era quello di fare uno strumentale che avesse un senso indipendentemente dai funambolismi chitarristici e che potesse piacere anche a non musicisti. Un disco dall’alto tasso di fischiettabilità insomma per dirla alla Elio. Questo può aver facilitato alcune cose e magari anche ad un ascolto distratto può comunque arrivare. Poi essendo un disco molto “schierato” con molti riferimenti nascosti e non, se a una persona piacciono in generale certe sonorità probabilmente sarà più facile che sia un colpo sicuro… però non so se ho il giusto distacco per poterne parlare ecco…  

7)      Ti sei avvalso della collaborazione di altri musicisti per le registrazioni, giusto?

 

Esattamente! Ho scelto con cura i compagni di viaggio perché essendo “It Works!” un disco con un certo tipo di ironia e senso dell’umorismo, era necessario che pure il resto della squadra fosse in linea con il mood generale della musica. Ho voluto scegliere quindi persone che fossero da un lato bravissimi musicisti e dall’altro lato persone con la giusta propensione allo scherzo e al divertimento musicale. Alla batteria c’è Alessandro Arcolin, un amico e musicista incredibile, ha portato delle bellissime idee completamente fuori di testa ed è entrato subito in linea con lo spirito del disco facendo un lavoro davvero personale e letale. Al basso c’è Luca Serasin, con cui ho una grandissima sintonia musicale e personale, suoniamo da anni assieme nei Maieutica e condividiamo molte passioni anche al di là della musica comprese tutte le influenze “background” di “It Works!”. Ha quindi colto al volo tutti i riferimenti “di contorno” alla storia e con lui è sempre una garanzia, non sbaglia un colpo! Per ultimo, ma non ultimo, Marco Zago alle tastiere. Ci conosciamo da anni e ho una stima immensa per il suo talento ed il suo genio, basta sentire le orchestrazioni di “Murder, They Wrote” per capire cosa questo ragazzo è in grado di fare. Ringrazio davvero di cuore Alessandro, Luca e Marco per aver reso “It Works!” una bomba! 

8)      Come mai hai scelto di autoprodurre il tuo album?

 

E’ un periodo storico particolare… qualche anno fa avrei cercato sicuramente un’etichetta che potesse lanciare il disco e dargli la giusta visibilità. Ho contattato alcune etichette e sono stato molto combattuto sull’accettare o meno le loro proposte e in un certo senso sono contento di come le cose sono andate. Purtroppo oggi il lavoro di molte etichette è costretto dai cambiamenti del mondo discografico ad essere notevolmente ridimensionato. La distribuzione non è più quella di qualche anno fa, i cd non vendono più, tutto è digitale ed è piuttosto semplice anche per un privato caricare materiale sulle principali piattaforme digitali bypassando così parte del lavoro che un tempo era di esclusiva competenza delle etichette. Rimane magari il discorso di ufficio stampa ma anche in questo caso non sempre il risultato è garantito. E’ un discorso complesso che è impossibile liquidare in poche righe, dipende da caso a caso, dal tipo di etichetta, il genere musicale… ci sono tantissime variabili da considerare. “It Works!” essendo uno strumentale chitarristico è parte di un discorso in cui essere autoprodotti non è poi così svantaggioso. Faccio un esempio con due dischi shred, probabilmente tra i più ascoltati del 2016 nel settore, “Remarkably Human” di Nick Johnston e “Handmade Cities” di Plini, anch’essi autoprodotti da artisti in un certo senso emergenti e “perfettamente riusciti”.  

9)  Com’è crescere da musicista in Italia?

 

Un gran casino! Si corre tutto il giorno, a pranzo un panino e adesso? Ci sono tante difficoltà (come credo in ogni lavoro), poche garanzie e una gran faticaccia generale… spesso anche meno soddisfazioni in rapporto alla mole di lavoro e investimento svolti ma che ci si può fare? E’ più forte di te! Il musicista italiano è un po’ un eroe romantico che sfida le regole della società per inseguire il suo sogno, uno Schwarzenegger intento a smitragliare note contro le convenzioni, un Indiana Jones alla scoperta delle misteriose arche perdute dentro sé stesso. Magari non tutti sono così… ok… ma i migliori si!!! 

10)   Quali sono i tuoi progetti nell’immediato futuro? Un altro album? Un tour? Oppure stai lavorando parallelamente sia al progetto che alla tua prima band, i Maieutica?

 

Se c’è una cosa che i film anni ’80 ci hanno insegnato è che il colpo di scena va custodito segretamente e gelosamente per poi esplodere quando meno lo si aspetta. Non si può rispondere a questa domanda! L’unica cosa che posso dire è che sono sempre al lavoro su qualcosa di nuovo, mai fermarsi! Se non è un disco è un video, se non è un video è una nuova (o vecchia) band, se non è la band è qualcos’altro ancora. La pentola sta bollendo… direi quasi che sta scoppiando e presto ne vedremo delle belle. Alcune carte saranno presto svelate ma, come dice Aragorn davanti ai neri cancelli di Mordor, “non è questo il giorno!”. Posso solo consigliarvi di seguirmi sui vari social se interessati agli sviluppi di queste vicende.

11)   Grazie Matteo, lascia un saluto ai lettori di Lumeen.it e…ci vediamo presto!

Prima di tutto voglio ancora ringraziarvi per questa intervista, per la pazienza e per le belle parole spese per “It Works!”. Un super saluto e una smitragliata di note ad 88 miglia orarie a tutti i lettori di Lumeen.it, grazie per aver dedicato il vostro tempo a leggere quest’intervista e, come sempre, “Turtle Power”!!!  

 

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