PAIN OF SALVATION – In The Passing Light of Day

Parlare di un gruppo come i PAIN OF SALVATION non è mai facile in quanto uno di quei gruppi pervasi da un forte slancio sperimentale. Ma la cosa si fa ancora più complessa con quest’ultimo capitolo, “IN THE PASSING LIGHT OF DAY”, in cui lo sperimentalismo della band abbandona la filologia del prog rock anni Settanta per una ricerca di stili molto svincolata (ma non del tutto) da quanto hanno fatto finora. Ne esce un album, seppur intriso di mirabili tecnicismi e contenuti intimistici, delicato e duro allo stesso momento come una carezza che fa male.
I POS sembravano essersi allontanati dal metal ma… ecco il pezzo di apertura a spiazzarci. In“In A Tuesday” abbondando controtempi e divagazioni jazz-rock, contrasti tra sonorità di atmosfera e indispettiti ritornelli per poi essere tagliati di netto da riff niumetal e incursioni crossover. Un viaggio interiore in cui la conflittualità più inconsce vengono interpretate in un’alchimia sofisticamente traumatica di dolci melodie e secchi e battenti ritmi.

 

Questa è la storia: nel 2014 Daniel Gildenlöw si ritrova in ospedale a seguito di un incidente. E’ quindi l’inizio di un lungo percorso di cura che inevitabilmente, giorno dopo giorno, lascia uno strascico di incertezze, cupi pensieri, riflessioni. E come nel più tradizionale plot della letteratura e del cinema contemporaneo, l’incidente diventa l’inizio di una trasformazione che porta il trauma a cristallizzarsi in poesia. Una poesia che inizia sulle ali dei pensieri, del moti intimistici e che poi sfocia nella durezza e del’angoscia, come in “Tongue of God”, rappresentate da chitarre dure e scure che insieme ad una voce straziata intonano un delirante e melodico lamento.
Ma al di là della parte strumentale quest’album, che piaccia o meno, è forse ad oggi il più intimista della storia dei POS. Riflessione e metabolizzazione, incarnati in melodie maliconiche e barocche, sono alla base di “Maningless”, in cui un ritmo cadenzato guida l’ascoltatore fino al melodico e romantico ritornello con voce femminile. E’ un pezzo che prepara la strada a “Silent Gold”, non una ballata, ma un chiaro esempio di cantautorato rock in cui la voce del cantante raggiunge la massima espressività emotiva nell’album, con una melodia ad accompagnarlo che suona come un pendolo, il pendolo del tempo che trascorreva nella solitudine della sua stanza di ospedale. Solo chi ha trascorso qualche giorno così, conosce bene qual silenzioso e invisibile pendolo.
Siamo davanti ad un album complesso ma che, in linea generale, si sviluppa su trame composte da discordanze musicali crescenti che esplodono in qualche modo, spesso in un ritornello slanciato e rinvigorito, rasente il new metal, come in “Full Throttle Tribe”. Ma c’è spazio anche per altro, per la più rinnovata e brillante tradizione metal come “The Taming of a Best”, delicato e duro, temprato da una venatura dark, con riff melodici e maledetti allo stesso momento, e un ritornello in stile doom.
E’ un album molto personale, un diario di un’esperienza dolorosa, in cui il dolore viene esplorato musicalmente dalle sfumature più malinconiche e cupe ai colpi d’artigli più inaspettati e affilati. Ma il dolore, si sa, è un trauma che una volta superato porta ad uno sguardo retrospettivo, ad una riflessione più profonda e ad uno strappo nei confronti del passato. Insomma, ad una metamorfosi. Può piacere o meno rispetto alle opere precedenti ma “IN THE PASSING LIGHT OF DAY” è un album su tutto questo.

 

VOTO: 7,5

RSVP: FATES WARNING, DEFTONES, QUEENSRYCHE

 

On a Tuesday
Tongue of God
Meaningless
Silent Gold
Full Throttle Tribe
Reasons
Angels of Broken Things
The Taming of a Beast
If This Is the End
The Passing Light of Day

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