LED ZEPPELIN – Led Zeppelin II

Recensione a cura di Frank R.

 

I Led Zeppelin sono, senza ombra di dubbio, tra le maggiori band rock del mondo e tra quelle che più di altre hanno influenzato l’hard rock, mettendo in evidenza quella parentela neanche troppo velata che c’è tra il rock più duro e quello più soft, più classico (per quanto “classico” sia un aggettivo che, nella musica, vuol dire tutto e niente), tra il folk e il blues.

 

Se però dovessimo selezionare quel disco che più di ogni altro ha segnato storicamente e musicalmente l’evoluzione di un genere (l’hard rock, appunto), quello secondo me sarebbe Led Zeppelin II, il loro secondo album in studio.

 

Per quanto mi riguarda,  Led Zeppelin II è Whole Lotta Love, la prima traccia simbolo sul lato A del disco. Un brano complesso, divenuto famoso per il riff spietato di Jimmy Page con cui si apre. Spietato perché arriva violento e colpisce l’ascoltatore piegandolo all’ascolto un attimo prima che la voce sinuosa di Robert Plant si faccia strada. E sono scintille, quelle di una sequenza semplice che non tarda ad aprirsi e a diventare complessa nella parte centrale, con sonorità echeggianti, eteree e psichedeliche di chitarra e piatti, accompagnate dai versi sublimati di una voce umana. Poi c’è l’assolo, quello di chitarra e – è bene ricordarlo sempre – della batteria di John Bonham. Ecco, bene, quello non lascia scampo, diventa leggenda e ci spiega quale sarà il concept dell’album stesso, registrato di fretta tra una tappa e l’altra di un tour della band.

 

Ma sarebbe errato pensare che Led Zeppelin II sia SOLO Whole Lotta Love, che incarna l’anima più potente della band ma non ne specifica le sfumature. Basta ascoltare la successiva What Is and What Should Never Be per rendersene conto, con quello stile classico da ballata blues. Che però, appunto, diventa altro col passare delle battute, più acida e rock di quanto qualsiasi blues man avrebbe mai potuto renderla. Perché seppur Led Zeppelin II sia un disco che richiama certi riff alla Willie Dixon fino a sfiorare il plagio, rimane un disco rock inglese che sarà la base per ogni opera heavy metal da lì ad oggi.

 

Ricordiamoci che Led Zeppelin II è un disco ossessivo, oserei dire egocentrico. L’ha scritto Page, un esteta del rock dall’anima soul evidentemente ossessionato dall’idea di “simbolo”, musica intesa come “porta” verso qualcos’altro. Ed è quello che succede in questo caso: un disco che ti ammalia all’inizio per poi diventare altro lentamente, quando ormai non ne puoi più uscire, mente e corpo in questo portale verso un mondo sconosciuto. Traccia dopo traccia.

Disco d’artista quindi, perché no, ce lo dimostrano tracce come Heartbreaker o Moby Dick, entrambe sul lato B, sicuramente meno “alla portata dei profani”. Questa è l’altra anima di  una band che ancora doveva affilare le sue lame ma che già era diventata culto. Perché è così che nascono i classici: dall’imperfezione di un’idea che smette di autodivorarsi e si apre al futuro, ponendo le basi per quello che verrà. I Led Zeppelin ci riuscirono già al secondo tentativo, nel 1969. E da allora la musica non fu più la stessa.

 

VOTO: 9

RSVP (Raccomandati Se Vi Piacciono): DEEP PURPLE, BLACK SABBATH, LYNYRD SKYNYRD

Label: Atlantic Records

Anno: 1969

Lato A

Whole Lotta Love

What Is and What Should Never Be

The Lemon Song

Thank You

Lato B

Heartbreaker

Living Loving Maid (She’s Just a Woman)

Ramble On

Moby Dick

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