IN FLAMES – Clayman

Nella seconda metà degli anni Novanta il metal era in una fase di trasformazione, una fase che lentamente lo avrebbe portato a risorgere dalle proprie ceneri come una fenice, più potente e fiammeggiante di prima. La popolarità era finita nei primi anni del decennio e l’eredità che avevano lasciato i grandi gruppi era stata accolta da un pubblico ormai di nicchia. Tuttavia quella stessa eredità era stata ben assorbita negli ambienti underground, ambienti in cui l’heavy metal, nella formazione delle nuove band, incontrava, le più variegate esperienze musicali alternative (dall’industrial all’elettronica, dal gothic al grindcore). Insomma, vi era un fermento che da lì a breve da una parte avrebbe ridato nuova linfa alle band storiche, tornando sulle scena con nuovi energici album, dall’altra avrebbe portato alla luce nuovi sound o addirittura nuovi movimenti musicali come, per esempio, il death metal melodico svedese. Questo movimento aveva come centro nevralgico la città di Goteborg ed è proprio qui, nel Duemila, che gli IN FLAMES, fiammeggianti come una fenice appena risorta, produssero il quinto album della loro carriera, nonché uno dei più superbi: CLAYMAN.

 

CLAYMAN è il capolavoro Post-Metal. Un’armoniosa, granitica e plurale sintesi di tutto ciò che era avvenuto negli anni precedenti, in cui le esperienze dell’underground estremo riuscivano sapientemente ricucite in una virtuosa e implacabile melodia. “Bullet Ride”, col riff di apertura, è già un attacco frontale, per poi attenuarsi in un oscuro intermezzo di atmosfera, ed esplodere in un tenace ed incisivo sussulto heavy, forte anche del secco grind di Friden. Ed è già da questo pezzo che si percepisce la tempra e la contaminazione del loro sound: un’incursione di bit elettronici solleva un’atmosfera cibernetica, una sinfonia sintetica ed infuocata. Questa incursione, oggi, possiamo considerarla come una storica accensione, l’inizio di una evoluzione del sound della band mai terminata.
“Pimball map” è un pezzo assoluto e dinamico allo stesso momento, qualcosa che graffia l’aria alla velocità della luce ma che sa arrestarsi di netto come il puntuale ingranaggio di un’implacabile tecnologia. La batteria di Svensson risuona come un ritmo indiavolato e furente, le chitarre sono dei mitra di ultima generazione, precise e infallibili, Friden, sacerdote di un paganesimo futuristico, è il cantore di questo rito post moderno, con un graffiante e perentorio grind a metà strada tra il growl e un vigoroso cantato di tradizione trash. La sua è una voce unica e irripetibile: è un’onda sonora che muta improvvisamente in un ventaglio di tonalità, tra quelle più secche e perentorie, passando da sciabolate graffianti, fino ad un cantato fresco e gaudente. L’esito di tutto ciò è un flipper diabolico e geometrico, un’allucinazione sonora forte della sua severa e sofisticata bellezza metallica.
“Only for the Weak” è un pezzo dannato che, seppur ripetitivo, suona come una danza industrial sotto riff fottutamente malefici e indovinati. Ad impreziosirlo un giro elettronico che introduce ed enfatizza il ritornello finale. Si perché uno dei segreti degli IN FLAMES è sempre stato questo: la capacità di inserire brevi e inaspettati motivi alieni capaci di solennizzare, e glorificare, il riff da cui si snoda l’intero pezzo.
CLAYMAN canta il doppio volto della band svedese: se da una parte è un artiglio metallico, dall’altra è una finestra aperta su una fragilità interna, un viaggio introspettivo. “Square nothing” anticipa quest’altro aspetto, poi respinto in uno slancio dannato e romantico allo stesso momento, di piena ispirazione heavy. Un’anima romantica custodita dentro un’armatura da astronauta.
Infatti, se i romantici ottocenteschi si perdevano nei boschi, i romantici del Terzo Millennio si perdono nello spazio profondo e nel suo infinito, dove i misteri eterni di stelle e galassie si mescolano ai resti di un’umanità sempre più alienata dalla propria tecnologica evoluzione. A raccontarci di tutto questo è “Satelites and Astronauts”, forse tra i pezzi più rappresentativi dell’intimismo della band.
DARK TRANQUILLITY e IN FLAMES fanno parte della scuola del death melodico svedese di Goteborg e non a caso le loro carriera si sono incrociate all’inizio in un interscambio di voci (Friden nei primi, Stanne nei secondi). Ma per quanto siano nati all’interno di un contesto ben preciso i loro percorsi si sono presto diversificati: se i DT hanno sempre aderito a un virtuoso e magmatico death in qualche modo legato alle origini, gli IF non hanno esitato già da subito a sconfinare oltre i confini originari del genere e a cimentarsi con una ricerca sempre più coraggiosa, senza disdegnare le esperienze più moderne. La Goteborg musicale offre semplicemente due punti di vista totalmente diversi: qui, elogiamo la capacità degli IN FLAMES di navigare nello spazio profondo e arrivare, sempre e comunque, ad esiti brillanti e corposi. CLAYMAN docet.

 

VOTO: 10

RSVP: DARK TRANQUILLITY, CHILDREN OF BODOM, ENTOMBED

 

Tracklist:

1. “Bullet Ride”
2. “Pinball Map”
3. “Only for the Weak”
4. “…as the Future Repeats Today”
5. “Square Nothing”
6. “Clayman”
7. “Satellites and Astronauts”
8. “Brush the Dust Away”
9. “Swim”
10. “Suburban Me”
11. “Another Day in Quicksand”

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